Il tre mi porta fortuna...
La somma dei numeri della mia data di nascita.
Non è un multiplo di tre.
Io sono sfortunato.
Una piccola città di provincia, una solenne celebrazione in chiesa. Poca gente, ma commossa. In prima fila ci sono Angelo e suo padre Peppino, che rigidi ascoltano la messa per Rosalba, madre dell’uno e moglie dell’altro, morta appena il giorno prima. “Sistemati i bottoni della camicia”, questo dice Peppino al figlio, mentre il prete canta la messa.
Angelo, trentenne perdigiorno, senza scopo nella vita con una strana ossessione per il numero 3,
dopo la morte della madre si sente ancora più sperduto. Le sue giornate passano senza alti né bassi
tra il bar, dove beve e chiacchiera con gli amici Fabio e Danilo, e il garage dove i tre si rilassano, si
drogano, sognando un futuro radioso come gestori di un pugnometro a monetine, non appena
riusciranno a rimetterlo a posto e sempre che ci riescano.
Per questo suo padre Peppino, maresciallo settantenne in pensione, sente per la prima volta, lui che
mai si era interessato tanto a quel figlio silenzioso e mammone, l’urgenza di iniziarlo alla vita. Per
prima cosa gli insegna a guidare, a modo suo, con rudezza e modi sbrigativi. Poi, tramite l’amicizia
con Gavinuccio, gli trova lavoro in un cantiere edile, ma Angelo, terrorizzato tanto dai modi bruschi
di Gavinuccio, quanto dal duro lavoro, dopo aver rovesciato un sacco di cemento, decide di lasciare
in silenzio il cantiere.
Ma non tutto va così male per Angelo. Proprio quando, dopo aver lasciato il cantiere si rifugia al
bar, incrocia lo sguardo di una bella ragazza, che studia all’università. Quella ragazza sembra essere
interessata a lui. A lui, che osserva le studentesse che passano, dall’ingresso del bar, insieme ai
disperati che quel bar lo frequentano tutti i giorni, mattina e sera. A lui che non ha mai avuto voglia
di studiare, e tanto meno di lavorare sul serio. Sì, guarda proprio lui, che a volte va a puttane
insieme agli amici. E il tempo per un attimo sembra fermarsi.
Forse è per questo che quando Peppino gli chiede spiegazioni per aver abbandonato il lavoro,
Angelo risponde che per lui ci vorrebbe qualcosa di più importante, che gli desse una posizione di
prestigio e attirasse le ragazze, qualcosa tipo un ufficio. Non importa quale lavoro sia, purché sia in
un ufficio. La logica è lineare, elementare ed ingenua, ma Peppino pare voler dar retta al figlio.
Così, sempre tramite amicizie presunte, in un gioco di favori innescato dalla campagna elettorale
per le prossime elezioni, Peppino, padre mai così premuroso, fissa ad Angelo un colloquio in un
call-center dove però il ragazzo non riesce a superare il test attitudinale. È un umiliazione, sia per ilfiglio, che per il padre, che alla promessa del dottor Fumi, direttore del call-center, aveva creduto. È
chiaro che il dottor Fumi non è un amico, né un conoscente, ma solo l’ennesimo signore in cravatta
che promette un favore in cambio magari di un voto.
E allora, pensa Peppino punto nell’orgoglio e in cerca di rivalsa, l’unico modo per assicurare un
futuro a suo figlio sembra essere quello di candidarsi alle elezioni e vincere, o almeno strappare
qualche altro favore. Già da qualche tempo gli stava balenando in testa questa idea. La filosofia con
cui Peppino è deciso ad affrontare la nuova avventura è questa: “la vita è tutta un imbroglio e per
vivere bene bisogna stare in questo imbroglio”. E così, padre e figlio, mai così uniti, si lanciano in
una campagna elettorale casareccia, fatta con pochi mezzi e casa per casa, pochi contenuti e la
promessa di una bella festa per la fine della campagna elettorale.
La festa di fine campagna è un successo, la gente ride, mangia e balla, e Peppino si commuove sulle
note di My Way. Anche Angelo, che si è dato da fare per settimane, finalmente riesce a intravedere
qualche speranza e si sente utile. Il giorno dopo però, la triste sorpresa. Angelo rientra all’alba dopo
una notte passata con gli amici. Ad attenderlo sulle scale di casa c’è Gavinuccio, il muratore amico
del padre. Peppino ha avuto un ictus.
Dopo ore, giorni di ospedale, Peppino viene dimesso. Ma non ci sono molte speranze: l’ictus lo
lascia paralizzato su una sedia a rotelle. Solo gli occhi esprimono a tratti i sentimenti di Peppino,
che non può più muovere un muscolo, e non parla. Angelo ora ha un lavoro: badare al padre che
non è più autosufficiente. Ma ci sono anche altre cose nella vita: c’è Giulia, quella studentessa che
lo guardava. Perché la ragazza nel frattempo accetta di uscire con lui e insieme vanno alle giostra. E
ci sono gli amici, che però si allontanano piano piano. Come fa Angelo a vivere con un padre
immobile in casa, come fa a divertirsi se deve sempre tenere d’occhio l’uomo, come si fa con
Giulia, terrorizzata dalla presenza del padre e pressata dai sogni assurdi di Angelo?
Quando avevo tre anni ero felice,
ero felice anche quando ne avevo dodici,
quando ne avevo quindici e diciotto
adesso ne ho trentuno.
La macchina cammina sulla strada statale. Angelo ha imparato a guidare. La strada è dritta. Il cielo
è limpido. Peppino è vestito in doppio petto, non gli dispiace, sembra. In un giorno che non è più
estate ma non è ancora inverno, dove vanno padre e figlio? |