Bocche inutili (opera seconda)

titolo originale:

Bocche inutili

sceneggiatura:

fotografia:

montaggio:

scenografia:

produzione:

Lucere Film, WellSee, Rai Cinema, in associazione con Mg Production, Lorebea Film Production, Ztv Production, Scrigno Production, con il sostegno di Emilia-Romagna Film Commission

paese:

Italia

anno:

2020

formato:

colore

status:

In postproduzione (12/07/2021)

Ester è una donna ebrea italiana di 40 anni che viene lasciata sola dopo che la sua famiglia è stata radunata e portata via. Viene inviata al campo di transito di Fossoli e stringe una stretta amicizia con Ada, dove la mano crudele del destino interviene per rimuoverla da lì in breve tempo. Ester non si perde d'animo, nemmeno quando viene mandata in un altro campo, evitando il convoglio che l'avrebbe portata a morte: Auschwitz. Arriva a Ravensbrück dove vive l'inferno del campo di concentramento per sole donne con altri quattro detenuti. Dall'interno del blocco in cui vivono,l'unico scorcio esterno è attraverso una finestra. I vetri logori sono la sottile membrana che separa l'orrore che si sviluppa all'esterno dall'unica parvenza di vita all'interno creata dalla vicinanza delle donne, che hanno solo il loro senso di fratellanza per rendere la vita degna di essere vissuta.
Hanno una missione: salvare il bambino che Ester ha scoperto che sta portando dentro di sé, ma quando la cosa in gioco è la tua stessa esistenza, la tua femminilità a cui è stata negata e calpestata, cosa rimane della fiducia riposta l'una nell'altra? Ester verrà tradita? Lei e il suo bambino non ancora nato saranno salvati?

NOTE DI REGIA:
La peculiarità che attraversa il film e ne segna l’originalità è caratterizzata dal concetto dominante di femminilità negata. Concetto questo che, se per un verso fa luce, per la prima volta, su un non-detto circa la resa cinematografica della Shoah, per l’altro fa segno, sia pure indirettamente, alla piaga legata alla violenza sulle donne. Di qui la scelta di utilizzare la finestra come membrana di separazione, ma nello stesso tempo di condivisione, di due mondi: all’esterno la violenza gratuita perpetrata dagli aguzzìni nazisti, all’interno della baracca la messa in scena della specificità stessa del femminile: il senso dell’accoglienza, della protezione, della famiglia, del pudore, di colei-che-èirraggiungibile in quanto tale. Per questo la luce abbagliante della garitta ha la funzione di mostrare il pervicace tentativo di spogliare queste donne del loro stesso corpo, della loro più intima natura. Essa, che nella notte di Ravensbrück, pare costituire l’unico spiraglio di luce e, quindi di orientamento per le prigioniere, in realtà nella sua temibile ambivalenza, genera l’effetto contrario: non le salva, non le protegge, ma le fa sentire braccate. In quell’abbaglio la minaccia di morte può
diventare realtà.