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domenica 21 luglio 2019

Bingo (opera prima)

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Bingo

Bingo

Bingo

titolo originale:

BINGO

cast:

Luigi Diberti, Cinzia Bregonzi, Daniele Favilli, Gianmarco Tavani, Simone Ferrari, Alex Sassanelli, Mariagrazia Pompei

scenografia:

costumi:

Claudia Coppola

musica:

Giovanni P. Liotta

produzione:

Polifemo, dvLab

paese:

Italia

anno:

2010

durata:

86'

formato:

HD/35mm - colore

E’ proprio vero, non ci si può più fidare di nessuno. Il mondo è impazzito, la violenza dilaga e il tuo amico del cuore può trasformarsi in un assassino; persino tuo fratello, tuo padre… tuo figlio.
La società è alienante, troppo competitiva, le pressioni e i clientelismi tramutano uomini tranquilli in macchine d’ansia, in fantocci in preda allo stress e alla paura.
La realtà è che tra le pieghe del nostro civilissimo mondo, si è annidata una terribile malattia, la malattia del vivere.
Depressioni, ansie, maniacalità, perversioni d’ogni risma sono all’ordine del giorno. Solo che nessuno vuole vederle. Nessuno ha il tempo di preoccuparsene. E quando lo facciamo, spesso è troppo tardi. E a nulla serve lagnarsi, se nel frattempo chi ci ha rimesso siamo proprio noi. Sì perché magari l’assassino di turno ha nutrito la sua sete di follia con il mio – con il vostro – sangue. E persone come Orfeo Costa – il nostro protagonista - possono camminare sereni nel nostro stesso ufficio, prendere un caffè accanto a noi, frequentare i cinema, i teatri, gli stadi, i circoli ricreativi, immersi nell’incuranza. Non c’è possibilità che vengano scoperti, semplicemente perché sono soli, silenziosi, discreti.
Orfeo Costa lavora in un call-center, è un venditore di primo ordine, ama perdutamente una collega e vive in una casa che divide con un amico coinquilino, Virgilio. Ogni volta che è preda dell’emozione inizia a balbettare. Si chiude in soffitta a costruire misteriosi plastici e il solo pensiero di suo padre (un uomo egoista e arrogante) lo fa montare su tutte le furie. Ma nessuno se ne accorge; anzi, ne parlano come di un soggetto particolare ma di talento, solitario ma gentile e senza grilli per la testa.
La verità è che Orfeo Costa è completamente pazzo. Il suo amore per la donna del call-center diventa ben presto una fissazione paranoica, cosa questa che finisce per influenzare il suo lavoro negativamente e lo conduce al licenziamento. Giorno dopo giorno Orfeo cova la sua rabbia e quando infine scopre che la sua amata collega si intrattiene col suo amico Virgilio, esplode. Si reca alla sala Bingo, da sempre – secondo i suoi colleghi – panacea di tutti i mali del mondo, e assiste al crollo della sua psiche. Vede la donna dei suoi sogni abbracciata con un collega sciocco e superficiale, rivive con sconcertanti flashback – incalzati dall’estrazione dei numeri del Bingo – i momenti più traumatici e tristi della sua vita. E lentamente accarezza la pistola che ha rubato a suo padre poche ore prima, dopo averlo ucciso. Quello che succede è inevitabile, ormai. Orfeo fa Bingo; incredulo ripete i numeri della cartella con un filo di voce. E potenti e dolorosi, i flashback si ripropongono fulminei e acuminati, costringendo Orfeo alla vendetta. Lucida e indiscriminata. L’uomo solleva la Luger del padre, spara alla valletta del Bingo, spara all’uomo dei numeri… spara e spara in continuazione, uccidendo persino la donna dei suoi sogni (che l’ha tradito, maledetta!). E quando il massacro è finito e l’uomo si vede riflesso in uno dei grandi specchi del locale, quello che vede non è più se stesso, ma il suo odiato-amato coinquilino, il rampante Virgilio. E Orfeo spara anche a lui, distruggendo lo specchio. Assieme alle schegge di vetro, vola via anche la memoria di Virgilio, il ricordo del suo alter ego. Virgilio non esiste, non è mai esistito. E’ stata un’altra delle fantasie malate di Orfeo, che riesce al fine a sorridere di se stesso, quando decide di puntare l’arma contro di sé, uccidendosi.
E nessuno mai capirà perché l’ ha fatto… rimarranno solo sterili parole di chi lo conosceva appena e di chi pretende di interpretarne le azioni. Un gran teatro di attenzioni, solo che ormai – l’ ho detto e ripetuto - è troppo tardi…