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mercoledì 26 giugno 2019

Io sono Tony Scott, ovvero come l'Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz

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Io sono Tony Scott, ovvero come l'Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz

titolo originale:

IO SONO TONY SCOTT, OVVERO COME L'ITALIA FECE FUORI IL PIÙ GRANDE CLARINETTISTA DEL JAZZ

cast:

Tony Scott, Buddy DeFranco, Enrico Rava, Gabriele Mirabassi, Fran Attaway, Stefano Zenni, Monica Sciacca, Nina Sciacca, Glenn Ferris, Marcello Rosa, Franco D’andrea, Joe Lovano

fotografia:

paese:

Italia

anno:

2010

durata:

128'

formato:

Digi Beta Pal - colore & b/n

status:

Pronto (08/11/2010)

premi e festival:

Anthony Joseph Sciacca – in arte Tony Scott – è il più grande clarinettista del jazz. L’affermazione, così perentoria e sicura, è il punto di partenza del documentario di Franco Maresco. Non si tratta di decidere se la dichiarazione sia vera o meno. Poco importa catalogare il personaggio in questione nella sfera dei jazzisti che conosciamo; Scott è sempre stato dentro quel mondo ma fuori da tutto il resto. Ciò che interessa al regista è riportare l’attenzione sul personaggio, raccontando anche il dolore che ha attraversato la vita di Scott, un musicista straordinario che, dopo anni di successi al fianco dei più grandi jazzisti americani, ha conosciuto la fine, come artista e come uomo, proprio in Italia. Era ammiratore di Charlie Parker, consigliere (forse amante) di Billie Holiday, nemico-amico di Buddy DeFranco. Con il suo clarinetto è riuscito a rivoluzionare la statura di quel particolare strumento (spesso considerato ai margini del jazz), facendolo diventare protagonista di quel mondo fumoso e vitale dei locali dell’East Coast.
Il personaggio rappresenta un’eccezione: negli anni Quaranta un bianco che si fa accettare dalla comunità nera dei jazzisti è un fatto raro, se non impossibile. Il miracolo dell’integrazione razziale, documentato da video e immagini (tra le quali la famosa fotografia con “Bird” e “Lady Day” di cui Scott va fierissimo), avviene attraverso le note musicali. Dalle interviste dei compagni esce il ritratto di un uomo egocentrico e stravagante, caratterialmente diverso dai colleghi più ‘seri’, studiosi e tecnicamente ineccepibili. Lui era inguaribilmente anarchico. Il suo corpo, mai composto o irrigidito, si muoveva assieme alla musica e lo scorrere delle emozioni vibrava sulle note del clarinetto. Ma, malgrado la magia di quei momenti, la sua storia è triste. Dopo l’epoca d’oro in America, decide di viaggiare verso l’oriente, dove pone le basi della world music, per poi tornare in Italia. Il paese dell’infanzia, ostile e irriconoscente, lo abbandonerà a se stesso, svilendo il valore della sua musica, chiamandolo a suonare durante piccole sagre paesane di fronte a un pubblico annoiato e meschino. Maresco dimostra, con il distacco discreto di un regista che ama il suo soggetto ma vuole anche metterne a nudo le debolezze, come l’arte abbia bisogno di spazi e riconoscimenti per poter vivere senza restrizioni di libertà. In un paese come il nostro, dove la parola ‘cultura’ vive agli angoli della quotidianità, uno come Tony Scott finisce per vivere in strada, in un permanente nomadismo disperato, ingloriosa metafora dei nostri tempi oscuri. C’è qualcosa che non va se un artista come lui viene sepolto in una tomba in prestito. Tempo qualche anno e dovrà andarsene anche da lì per lasciare il posto a qualcun altro.