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giovedì 18 luglio 2019

Anita B.

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Anita B.

Anita B.

titolo originale:

ANITA B.

sceneggiatura:

Roberto Faenza, Nelo Risi, Edith Bruck dal suo romanzo "Quanta stella c'è nel cielo"

fotografia:

montaggio:

scenografia:

produttore:

paese:

Italia

anno:

2013

durata:

88'

formato:

colore

uscito in sala:

16/01/2014

premi e festival:

Anita, un’adolescente di origini ungheresi sopravvissuta ad Auschwitz, è accolta dall’unica parente rimasta viva: Monika, sorella di suo padre, che non vuole essere chiamata zia e vive l’arrivo della nipote come un peso.
A Zvikovez, tra le montagne della Cecoslovacchia non lontane da Praga, Monika vive con il marito Aron, il figlioletto Roby e il fratello di Aron, il giovane e attraente Eli, la cui filosofia è spiccia: “gli uomini tirano giù i calzoni, mentre le donne pensano all’amore”.
In quel villaggio dei Sudeti, territori in precedenza occupati dai tedeschi, i nazisti vengono rimpatriati a forza e gli scampati trasferiti nelle loro abitazioni, in una situazione di crescente tensione con l’avvento del comunismo.
Attorno ad Anita, uomini e donne vogliono dare un calcio al passato, ballare, divertirsi, ascoltare di nascosto le canzoni americane trasmesse oltre cortina dalla Voice of America. Anita sogna come tutti, ma a differenza degli altri non nasconde l’anima.
La ragazza è combattiva e piena di entusiasmo. La sua forza viene dal ricordo dei genitori persi nel lager. Ma nella nuova casa si trova ad affrontare una realtà inaspettata: nessuno, neppure Eli, con cui scoprirà l’amore, vuole ricordare il passato. E il più grande tabù è proprio l’esperienza del campo, quasi fosse qualcosa di cui vergognarsi.
Quando Anita tenta di smontare quella difesa collettiva si trova davanti un muro di silenzi. Così, se vuole parlare di ciò che ha passato, può farlo solo con il piccolo Roby, che ha appena un anno e non può capire.
Nella mescolanza di popoli e lingue che confluiscono attorno a Praga, Anita si confronta con personaggi indimenticabili: il vulcanico zio Jacob, coscienza critica della comunità ebraica ed estroso musicista nella festa del Purim; Sarah, la dinamica “traghettatrice” armata di pistola, che organizza l’esodo verso la Palestina; il giovane David, rimasto orfano per la tragica scelta dei genitori, con cui inizia una toccante amicizia.
Improvvisamente, Anita si trova catapultata in una situazione imprevista, che la pone di fronte a una decisione che richiede coraggio. E il film si chiude con un inatteso colpo di scena.

NOTE DI REGIA
Quanti film sono stati realizzati sulla Shoah? Tanti. Qualcuno dice forse addirittura troppi. Io stesso ne ho realizzato uno. Ma pochissimi sono stati prodotti sul dopo, cioè affrontando la vita dopo la morte.
Anita B. si sforza di coprire questo dopo e lo fa con l’intenzione di colmare un vuoto dovuto a molte cause. Tra queste, in primo luogo il bisogno di dimenticare. Quando il trauma è troppo forte, ecco giungere in soccorso il placebo della rimozione.
Anita è una ragazza tenera e sensibile. È appena adolescente quando esce da Auschwitz e ha conservato la voglia di lottare, nonostante l’esperienza dei campi. Va incontro al nuovo mondo e alle peripezie che la attendono carica di energia, ma anche di ingenuità.
Nel dopoguerra di allora, tutti vogliono vivere con frenesia. Per molti però vivere significa oblio: senza rendersi conto di seppellire se stessi insieme alla memoria. Ed è così che Anita si trova a poter parlare del suo passato solo con un bambino di un anno. Il piccolo Roby ascolta i suoi racconti, ma non può capirla. Tutti gli altri la invitano a “cambiare argomento”, oppure le dicono “è passato, dimentica”.
Anita desidera andare avanti senza rimorsi. E non vuole limitarsi a sopravvivere.
Nella lotta per affermare la propria identità c’è la ricerca dell’amore, in cui darà tutta se stessa, affrontandone costi e rischi.
“Ma a ben pensarci, cos’è l’amore?”, si chiede quando pensa a Eli, di cui si è perdutamente innamorata. E si arrovella per trovare una definizione, salvo convincersi che è “una cosa tanto meravigliosa che se provi a definirla, si arrabbia e perde tutta la sua meraviglia”.
La burrascosa passione in cui si trova coinvolta sembra volgere al peggio, quando miracolosamente riesce a imporre una sterzata e trasformare il salto nel buio in una occasione di ribellione e rinascita.
Considero Anita B. il mio film più controcorrente, persino in maggiore misura del pluri-censurato Forza Italia! In un periodo in cui il cinema sempre più si affida a un mondo irreale fatto di universi inesistenti e roboanti effetti speciali, questa storia guarda ai suoi protagonisti con pudore e discrezione, quasi in punta di piedi.
Il racconto di Edith Bruck, al quale il film è liberamente ispirato, descrive la quotidianità di Anita in un ambiente fortemente ostile, quasi fosse una colpa essere stata deportata. Non ho mai chiesto a Edith quanto ci sia di autobiografico in quelle pagine, ma ho voluto aggiungere B. ad Anita, in omaggio al suo cognome. Quando ho finito di leggere il libro durante un viaggio aereo dal Giappone dove ero stato a presentare un mio lavoro, ho avuto una crisi di pianto e ho dovuto nascondermi in bagno, sconvolto. Spesso mi chiedo come possiamo lamentarci delle nostre pene, quando ci sono persone che hanno davvero vissuto nell’inferno.
Un altro grande scrittore scampato ai campi, il premio Nobel Elie Wiesel, che ho avuto la fortuna di conoscere, ha dato a un suo libro recente il titolo “a cuore aperto”. Nel momento in cui entri in rapporto con l’Olocausto, dice Wiesel, diventi a tua volta un testimone.
E’ una grande responsabilità quella che ci assumiamo, pur essendo semplici spettatori. Ma a ben pensarci è una bellissima responsabilità, perché se siamo vigili la nostra testimonianza diventa un fiammifero che una volta acceso non si spegne più.
Ho cercato di girare “a cuore aperto” la storia di Anita, lasciandomi trascinare dal suo entusiasmo, dal suo candore e anche dalla sua soggettività. Un po’ come ho fatto con Jona che visse nella balena, anche in questo caso ho piazzato la macchina da presa all’altezza degli occhi della protagonista, per cui tutto ciò che ho visto non ha pretese di essere oggettivo.
Mentre lavoravo tra le montagne dell’Alto Adige e Praga, ho pensato che questa fatica (due anni per trovare i finanziamenti necessari e uno per arrivare alla copia campione) per me rappresenta il seguito di Prendimi l’anima, convinto che Sabina Spielrein avrebbe potuto amarlo. Da qui lo spunto per una conclusione ideale, comune al tragitto di due donne coraggiose e indomite: “un viaggio verso il passato con un solo bagaglio: il futuro”. Che è la frase con cui si chiudono gli ultimi fotogrammi.