Scandalo in Sala

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Scandalo in Sala

Scandalo in Sala

titolo originale:

SCANDALO IN SALA

cast:

Marco Bellocchio, Bernardo Bertolucci, Alberto Crespi, Francesca De Sapio, Marco Tullio Giordana, Wilma Labate, Nanni Moretti, Vittorio Taviani, Mons. Dario E. Viganò

fotografia:

paese:

Italia

anno:

2014

durata:

100'

formato:

colore

uscito in sala:

10/12/2014

premi e festival:

Attraverso i ricordi e lo sguardo di Marco Bellocchio, Bernardo Bertolucci, Nanni Moretti, Wilma Labate, Marco Tullio Giordana, Vittorio Taviani e Francesca De Sapio, ma anche l’analisi critica di Alberto Crespi e Monsignor Dario E. Viganò, con “Scandalo in sala” ripercorriamo quarant’anni di storia del Paese e di “attentati” cinematografici all’immagine dell’Italia stabilita dal Potere: da “Totò e Carolina” di Monicelli a “La dolce vita” di Fellini fino a “Salò o le 120 giornate di Sodoma” di Pasolini, passando per “I Pugni in tasca” di Bellocchio, “Ultimo tango a Parigi” di Bertolucci e “Todo Modo” di Petri.
Censure, crociate giornalistiche e religiose portate avanti su fronti opposti dalle “due chiese” (come le definiva Pier Paolo Pasolini), i grandi schieramenti ideologici della DC e del PCI, e poi processi penali, sequestri, provvedimenti esemplari. Un percorso parallelo a quello di sconvolgenti eventi storici come il Sessantotto, la Strategia della Tensione e gli Anni di Piombo, fino alla deriva del berlusconismo e all’era del Grande Disimpegno: quello della perdita definitiva di una dimensione comune della politica e dell’agire sociale.
È in quest’orizzonte diffuso di rabbia, impotenza e assuefazione collettiva che la Rete di Internet con la sua immensa memoria virtuale potrebbe rappresentare uno degli strumenti ad uso delle nuove generazioni per riscoprire un cinema sorprendente, coraggioso, a volte persino spietato, che sapeva coinvolgere la gente fino a toccare l’inconscio collettivo, mettendo a repentaglio il “buon senso” di una nazione.
Un cinema vivo, che porta ancora con sé tutta la forza di un tempo di speranze (e di illusioni) dove l’idea di cambiare il mondo non era una bestemmia o una velleità in una società indifferente e rassegnata, ma un sentimento comune, una necessità, una ragione di vita.

NOTE DI REGIA:
Viviamo in un'era post-televisiva. Dopo trent'anni di costante lavorio dei mass media di erosione della coscienza storica e di costruzione di un conformismo radicale dell'opinione pubblica, a modificare la percezione del reale è subentrata la Rete globale di Internet, con le sue enormi potenzialità e i suoi altrettanto evidenti limiti. La generazione dei “nativi digitali”, di chi è nato e cresciuto utilizzando i nuovi media, vive l’immagine televisiva che ha plasmato la nostra (sotto)cultura nazionale come una voce tra le tante, non più come il podio ufficiale della verità. E il cinema come un’esperienza non necessariamente legata alla sala, ma possibile ovunque: in casa su dvd o in televisione, in rete su computer e tablet, persino in strada sugli smartphone. Il prezzo pagato alla “democrazia digitale” e all’immediata accessibilità dei contenuti è spesso l’indistinzione, un’omologazione “orizzontale” che spazza via la complessità dei contesti storici sostituendo la cultura con la curiosità, riducendo ogni esperienza all’immediata fruibilità e all’estemporaneità personalizzabile dei suoi codici. È innanzitutto a loro, ai “nativi digitali”, nella speranza che possano maturare uno sguardo “nuovo” e coinvolto sul mondo, che si rivolge il racconto di “Scandalo in sala”: quello di un’Italia diversa da quella di oggi, in cui il cinema era il “mezzo più potente”, capace di incidere profondamente con le sue storie sull’immaginario del Paese, di rappresentare per il Potere qualcosa di insidioso, in grado di turbare e mobilitare la morale comune, di mettere in crisi le sue certezze e attentare alla “normalità”. Il cinema è una spugna prodigiosa, che assorbe nelle sue immagini tutti i fermenti sociali, i problemi e le tensioni del proprio tempo. È stato proprio il “potere seduttivo” dei film, delle loro storie di uomini e donne in cui potersi identificare, a mettere in discussione per decenni la versione “ufficiale” della Storia, a provocare il turbamento e la reazione della morale pubblica. Perché la persuasione del cinema sul pubblico è emotiva, non ideologica. Se una tesi politica si può discutere, un’emozione al momento giusto può cambiare la visione del mondo di uno spettatore più di mille comizi. Il cinema italiano dagli anni Quaranta agli anni Settanta ha prodotto film straordinari, che hanno avuto la forza di dissacrare totem e tabù del senso comune, rivendicando libertà espressive, dando corpo a desideri e utopie: e provocando scandalo.
“Scandalo in sala” racconta la storia di alcuni dei film che si sono scontrati con il Potere istituzionale, con quello religioso e con l’opinione pubblica di un Paese lacerato da scontri sociali e trame oscure, ma anche la storia di coloro che dall’alto delle istituzioni li hanno avversati in nome della pubblica moralità: da Giulio Andreotti a Mario Scelba a personaggi che operavano nell’ombra come il magistrato-insabbiatore e piduista Carmelo Spagnuolo, fino all’avvento di Silvio Berlusconi, che invece di opporre un braccio di ferro istituzionale a un certo cinema scomodo, lo “compra” e lo diffonde con le sue televisioni fino ad annullarne gradualmente il potenziale “eversivo”. Dopo la sua “discesa in campo” politica, in un regime di duopolio televisivo, sarà inopinatamente la legge 122 ratificata dal ministro (ex comunista) Walter Veltroni a dare il colpo di grazia a un’industria un tempo seconda nel mondo e prima in Europa, consegnandola a un sistema di finanziamento da parte delle emittenti che di fatto diventa l’esercizio di un controllo sostanziale su forme e contenuti dei film da realizzare. Una situazione sempre al limite dell’autocensura, il cui solo antidoto in direzione di un’indipendenza produttiva e ideologica sembra essere l’autarchia, come dimostra il caso di Nanni Moretti, che da regista e attore diventa anche produttore, distributore ed esercente dei suoi film: una “mosca bianca” nel panorama sempre più uniforme del cinema italiano.