Moj Brate - Mio fratello (opera prima)

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Moj Brate - Mio fratello

titolo originale:

MOJ BRATE - MIO FRATELLO

cast:

Stefano Gabrini, Marco Musacchio, Hamica Nametak, Karen Tomashavsky, William Anselmi, Vincenzo Maselli, Deb Joly

produzione:

CSC - Centro Sperimentale di Cinematografia Production, con il sostegno della Regione Abruzzo

paese:

Italia

anno:

2015

durata:

78'

formato:

colore

premi e festival:

Il regista Stefano Gabrini attraversa e ripercorre i luoghi e il vissuto di uno dei suoi più intimi amici, l’antropologo, attore e clown Alberto Musacchio, morto suicida nel 2001. Dopo averlo diretto nel film “Il gioco delle ombre”, nel 1996 Stefano chiede ad Alberto di seguirlo in Bosnia dove insieme orga-nizzeranno laboratori e spettacoli teatrali per bambini e adolescenti traumatizzati dalla guerra.
Dopo 14 anni Stefano contatta amici, parenti, in un racconto che si estende nello spazio e nel tempo. Prima Roma, poi la Bosnia, infine il Canada, dove negli ultimi anni della sua vita Alberto insegnava e studiava. Andato lì come Ricercatore di antropologia per l’Università dell’Alberta, diventato poi archeologo, ha lasciato scritto che le sue ceneri fossero conservate nella terra di questa natura meravigliosa, che tutti i giorni lui respirava e viveva per il suo lavoro.
Storie di vite tranciate, tagliate, mai pacificate. Un cugino che conserva in un vaso una parte delle ceneri, un piccolo mucchiettino che la madre di Alberto ha portato con sé dal Canada. Un fratello in cui vivo è il ricordo di questa scomparsa e che ancora oggi vive il suo dolore. E poi gli amori di Alberto, donne che si nascondono allo sguardo. Domande senza risposta. Senza giudizi. Resta il dolore, semplicemente il dolore. Tutto sospeso.

NOTE DI REGIA:
Ho deciso, attraverso il mezzo filmico, di assumere lo scomodo e affascinante ruolo di narratore. È una vicenda che con i suoi sospesi, i suoi silenzi e le sue emozioni ci rende tutti partecipi circa le dinamiche che attengono al seduttivo quesito irrisolto del perché?
In questa ricerca affannosa, mi sono posto come un osservatore discreto. Soggetto non giudicante consapevole, però, che con la sua presenza produce ‘sguardo’ e azione. Nella logica analitica del rivivere il già fatto, il già attraversato, voglio comunicare ed esprimere la mia vicinanza al dato fenomenico: forse un “perché” c’è, ma nella sola misura in cui siamo noi a porlo come quesito. Prima non è che atto, accaduto, accidente. Con le implicazioni e i vuoti che un suicidio, o semplicemente la scomparsa di una persona cara, lascia in chi resta.